TESTI TEATRALI
INFICATA CON DESTREZZA
(monologo di una giovane ficofora)
Me l’hai rubata con destrezza la fica. Questa è la verità. Ripensandoci (fortunatamente non mi accade spesso!) mi è dispiaciuto molto averla lasciata incustodita quella sera d’estate, favorendoti nel momento del furto, perché ubriaca. Frastornata da alcuni disturbi mentali, ti ho lasciato entrare nella mia fica ingenuamente, dopo averti fatto entrare nel mio mondo e nella mia intimità “come un fratello”. Ricordi? Ti ho detto “come un fratello” anche poco prima che tu consumassi il reato. Ma non è servito a scoraggiarti. Quella sera non fui affatto seducente. Con te, poi…! Lo fui meno che con chiunque altro…con te. Lontano, come sei, anniluce dal mio ideale. Ma tu avevi deciso di ottenere il trofeo della serata: la mia fica. Sono certa che, quasi subito, hai relazionato il fatto ai tuoi amici più in confidenza: come un trionfatore. Per farti invidiare! Poiché hanno desiderato scoparmi tutti gli uomini presenti, quella sera. Ciò che non avrai precisato, durante la relazione, però, ne sono certa, è la durata della tua eroica azione: maldestramente eseguita e conclusa in pochi secondi (fortunatamente per me!). Quando ho capito di avere il tuo cazzo dentro la mia fica, ti ho respinto e mi hai sborrato addosso. Me l’hai rubata con destrezza la fica. Complimenti! Devo riconoscere che hai saputo giocare al momento giusto le uniche carte che hai avuto casualmente in regalo dalla fortuna. Favorito dal fatto che ero ubriaca e disturbata mentalmente da alcune spiacevolezze. Ancora oggi (è passato oramai tanto tempo!) ti compiaci, forse, per aver avuto vinta facilmente una partita che tu sai d’avere giuocato da solo. Sappi, comunque, che per me tu non sei neppure un numero, in quanto, nel conteggio degli uomini che mi hanno scopata, non sei stato né sarai mai sommato.
HO AVUTO CIO’ CHE HO VOLUTO
(atto unico)
(Una donna quarantenne monologa isolata e illuminata sulla scena da un fascio di luce)
DONNA: L’ho voluto e l’ho avuto, accingendomi a compiere i quarant’anni. L’ho avuto in zona cesarini, direbbe un tifoso del fooball. Dopo aver compiuto i 37 anni, ho deciso che era ora di mettere su una famiglia con figlio, reduce da tre esperienze matrimoniali di diversa durata e con uomini di diversa qualità intellettuale: un giovane collerico, violento e inaffidabile, il primo; un modesto operaio metalmeccanico conosciuto durante una vacanza estiva, il secondo (il più stupido dei miei matrimoni); un maturo e sosfisticato intellettuale fascinoso, intrigante e amatore straordinario, il terzo (il più importante, il più goduto e duraturo, un uomo insostituibile, un amante incomparabile, un rapporto totale ineguagliabile). Ho considerato rischioso e sconveniente mettere al mondo un figlio continuando a farmi scopare con indubbia soddisfazione reciproca da un uomo non più giovane: ricco di passato, della sua straordinaria passionalità e del suo eccezionale patrimonio genetico già trasmesso a due figli avuti da due donne (mogli) diverse. Da un giorno all’altro ho deciso di non scopare più con l’uomo che mi scopava in esclusiva da sette anni, dicendogli: “Ho bisogno di concentrare i miei pensieri su un altro uomo più giovane e che mi dia garanzie per quanto riguarda il futuro. Se continuo ad avere rapporti con te non ci riesco. Alle sue avances ho reagito dicendo: “Non mi toccare, non mi accarezzare. Lo sai che mi eccito e poi voglio scopare”. Finchè di punto in bianco, come suol dirsi, il mio straordinario amante è sparito. Nel senso che ha reagito imponendomi un silenzio/assenza orgoglioso e persistente da me non previsto: frustrando ogni mio tentativo di comunicazione, deridendo ogni mio approccio. Alla mia proposta telefonica di continuare a incontrarci e frequentarci come “amici”, ha reagito scrivendomi una lettera che ho letto e riletto, ma non ve la leggerò, perché preferisco farvela conoscere letta da un uomo.
(Buio in scena. Breve pausa. Luce in scena. Un uomo legge la lettera stando in piedi davanti a un leggio).
UOMO: La mia assenza nella tua vita dev’essere totale, così com’è stata totale la mia presenza durante sette anni ininterrottamente. Non deve gratificarci la celebrazione del passato con presenze e frequentazioni amicali. La rinuncia a ognuno dei piaceri goduti e a ognuna delle attenzioni usateci è d’obbligo, a questo punto. Siamo stati tutto, l’uno per l’altra e viceversa, per sette lunghi anni: in più luoghi e circostanze, fisicamente e intellettualmente, con i nostri corpi fusi e confusi in un solo corpo. La tua proposta di continuare il nostro rapporto caratterizzandolo soltanto come rapporto di amicizia è, perciò, indecente e inaccettabile. Mi è impossibile assumere un ruolo soltanto amichevole con chi è portatrice di una fica, dalla quale ho estratto e goduto per sette anni ogni piacere a me congeniale e alla quale ho fatto godere ogni carezza lecita e illecita, orgasmandola ogni volta più volte. Il nostro rapporto d’amore lo hai tramortito al punto che ora è in coma. Non accetto la tua proposta di estirpare dal suo corpo ciò che ti interessa far sopravvivere trapiantato in un rapporto diverso. Per quanto mi riguarda, non ho interesse a far sopravvivere niente di ciò che lo ha generato, costituito e concretizzato. Se non può essere rivitalizzato in alcun modo, che muoia, allora! E sia ridotto in cenere anche il suo ricordo, perché altra fica mi possa fare emozionare e godere stupefazioni indisturbato, ed altro cazzo possa orgasmarti: senza il soccorso delle nostre performances erotiche evocate con l’immaginazione dopo aver scolato due bottiglie di rosso fermo.
(Buio in scena. Um fascio di luce isola e illumina nuovamente la donna monologante solitaria).
DONNA:”Non sarò mai tuo amico. Quando m’incontrerai dovrai abbracciarmi e baciarmi amorosamente, se vorrai favorirti qualche altro incontro”. Così mi ha parlato durante il nostro ultimo incontro ravvicinato. Per farla breve, ho avuto ciò che ho voluto. Ho un uomo dal quale mi faccio scopare doverosamente e frettolosamente sempre più raramente, perché paga i miei consumi essenziali e voluttuari , e garantisce il futuro per quanto riguarda il figlio che abbiamo generato. Mi auguro di avere trasmesso a questo figlio il mio patrimonio genetico, preoccupata dalla eventualità che possa prevalere quello del padre. All’uomo più straordinario che mi ha amata e che ho amato, penso rammaricandomi di non averlo preferito e privilegiato come padre del mio unico figlio.
(Buio in scena. Fine)
LA SFIDA
(monologo di una giovane bellafica)
Ricordi cosa ho detto la prima volta che mi hai fatto guardare e godere il tuo “tesoro”? “Hai un cazzo straordinario!”, ho detto. E mi hai fatto pensare che tutti i cazzi dovrebbero essere come il tuo. Per la gioia degli occhi e il piacere della fica di ogni donna. Non ti ho detto, ma l’ho pensato, che, se io fossi un uomo e avessi un cazzo come il tuo, me lo farei accarezzare e inficare da più donne possibili. Arrogante, prepotente, invadente, imponente, agitato, maleducato, pericoloso e maledettamente altero. Il cazzo che ho sempre desiderato è proprio come il tuo. Quando ci penso, desidero sentirmelo su tutto il corpo e dentro ognuno dei miei buchi. Ti ho visto e ti ho voluto, non curandomi affatto degli altri uomini presenti al nostro incontro. Ho usato alcune persone per creare la situazione favorevole e, appena mi è stato possibile, ti ho fatto capire che ci stavo. E tu hai capito e ti sei fatto assaggiare. Che pelle la tua! Assomiglia al velluto e si è rivelata affine alla mia. Si sono riconosciute subito affini le nostre pelli, e ci hanno regalato subito brividi di piacere indicibile. Abbiamo goduto l’uno dell’altra e viceversa, senza ritegno. Affannosamente, a cominciare dalla prima scopata. Ci siamo ingoiati, fusi, sbattuti fino allo sfinimento. Ti ho esplorato ovunque con la mia lingua infuocata. Ti ho fatto esplodere più volte nella mia bocca vorace. Ti ho fatto gridare e tu hai fatto gridare me: come non avevo mai gridato prima. Avrei continuato a sbatterti e farmi sbattere per lungo tempo, ma tu hai cominciato a fare confusione. Hai smarrito il senso dei nostri incontri. Hai cominciato a pensare al nostro rapporto come a una sfida. Ignorando che, quando si tratta di sfide, la vincitrice sono io. Infatti ho vinto io. Convinto di aver lasciato un segno indelebile, e sicuro di possedere una carica erotica inesauribile e irresistibile, hai cominciato a fare il prezioso: hai cominciato a scegliere quando e dove concedermi il tuo cazzo. Supponendomi sempre pronta a farmi sbattere da te ovunque. E hai sbagliato. Trovare un sostituto non è stato difficile. Il duello lo hai perso quando ti ho detto: “Io non ho tempo da perdere con te, e con te ne ho perso già abbastanza.Devo essere scopata quando ne ho voglia, tutte le volte che ne ho voglia e dove voglio”. Ti ho paralizzato. Non hai saputo parare il colpo. Quanto sarebbe stato bello continuare a sbatterci, senza vincitore né vinta, e viceversa, non lo saprai mai. Né saprai mai com’è il godere da morire di una donna che, quando si fa scopare sa anche farsi sbattere.
L’UOMO IDEALE
(monologo)
“ A te mancano alcuni zeri”, gli ha detto più volte. Come si dice “A te manca un venerdì!” a chi sragiona improvvisamente e ingiustificatamente. A lui mancano alcuni zeri, perché lei possa prenderlo in considerazione come chance matrimoniale, come sbocco economico e sociale, come vitalizio post-matrimoniale. A lui mancano quei zeri che connotano gli uomini ricchi di beni mobili e immobili, quasi in ogni caso poveri di ogni altro “bene”. Che abbia in abbondanza parole, pensieri, cultura, bella presenza, buona salute, attenzioni, sensibilità, sentimenti, affettuosità e sensualità…non conta. Forse perché contano a tal punto gli zeri, per lei, che il resto è da considerare optional, zavorra costituita da belle parole, nobili sentimenti, amabile conversazione. A lui mancano alcuni zeri e ciò disagia lei che di zeri è dotata dalla nascita ed è priva di affettuosità, di sentimenti, di attività professionale redditizia, di nobili valori esistenziali. E’ sicura che riuscirà, prima o poi, ad avere il giusto rapporto ravvicinato con un uomo dotato di zeri, come nelle sue ambizioni. In tante occasioni, di quelle una-tantum, ha creduto possibile l’evento, e si è fatta inficare fantasticando sul modo in cui l’avrebbe gestito. Ha consumato cene e pranzi nelle Osterie del Gambero Rosso, pagate da uomini con qualche zero nel ruolo di Pinocchi allocchi. Apparendo agli occhi degli astanti volpe astuta priva di zeri e facendo apparire tali uomini suoi amici generosi ufficiali pagatori dei suoi consumi essenziali e voluttuari. L’uomo giusto dotato di tanti zeri, come nelle sue ambizioni, però, non lo ha ancora incontrato. Oppure lo ha incontrato, ma non è riuscita ad accalappiarlo. Perciò continua a rimproverare l’uomo che l’ama di essere privo di alcuni zeri, e che, perciò, non può considerarlo come “il suo uomo ideale”.
FINALMENTE SERENO
(monologo)
(Una donna quarantenne, impiegata in un ufficio pubblico, non molto appariscente).
Ci siamo conosciuti nel mese di ottobre. Quando mi disse: “Devo dirtelo: ti amo”, avevo già deciso da un mese che doveva essere mio. Me lo disse durante una gita nella pianura attraversata dal fiume. Lungo una strada bianca, seduti nella sua auto. C’era un trattore al lavoro in lontananza. Unica presenza animata, oltre alla nostra…Non sono andata al suo funerale di proposito. Ma l’ho voluto vedere e salutare all’Istituto di Medicina Legale. Prima di aprire il sacco, tirando la lampo mi hanno detto che il volto era pestato, ma guardabile. L’ho visto bello, con gli occhi chiusi e il resto in atteggiamento sereno. Nessuna smorfia o contrazione. Nessuna traccia di sofferenza o dolore…Quel giorno che mi dichiarò il suo innamoramento, disse: “Ho altri due anni di vita”. Gli chiesi: “Sei malato?”. “No”, mi rispose. “Sento che ho soltanto altri due anni di vita e te li voglio dedicare completamente”. Ciò che è poi accaduto. E’ stata una morte annunciata, la sua. Viveva sotto stress da troppo tempo. S’imbottiva di farmaci…Ha avuto tanti piccoli incidenti premonitori con l’auto, prima di quello fatale…Di notte mi chiamava al telefono e parlava, parlava, senza consentirmi d’interlocuire. Come in preda a un delirio. S’era ridotto proprio male. Aveva bisogno di un ricovero in una clinica specializzata per almeno venti giorni…Al volante dell’auto era inaffidabile. Tante volte ho rifiutato di essere accompagnata a casa, dopo le ore d’ufficio, preferendo viaggiare in autobus…Ho anche pensato che poteva gettarsi nel vuoto e ho avuto paura ogni volta che l’ho visto aprire la finestra del suo ufficio di dirigente al 16° piano, e uscire a guardare fuori stando sul balcone…E’ stato ucciso da chi lo ha disagiato nell’ambiente di lavoro e da chi lo ha stressato nell’ambiente famigliare…Lo ha ucciso la moglie, soprattutto…Lo ha voluto morto la moglie che lui ha smesso di amare quasi subito, appena sposata, e dalla quale non si è mai separato per non compromettere l’educazione di due figli maschi…La moglie lo ha cacciato via dall’appartamento comune, convincedolo a dormire in cantina: in un vano collegato telefonicamente con l’esterno… Poi lo ha privato all’improvviso del collegamento telefonico…Da poco aveva cominciato ad abitare da solo in un monolocale attrezzato, deciso a separarsi dalla moglie, una buona vola…Ma era segnato, oramai. Conviveva già con la morte…Di morire non gl’importava più di tanto. Perciò, il suo volto da morto l’ho visto atteggiare serenità. Finalmente!…Il nostro rapporto è durato due anni ed è stato stupendo…All’istituto di Medicina Legale ho accarezzato il suo volto e gli ho parlato. Non ho pianto, però. Ho pianto alcuni giorni dopo il suo funerale, quando lo abbiamo ricordato con un brindisi in ufficio…Gli ho accomodato la maglietta in disordine sul torace, prima che lo rinchiudessero nel sacco…Il suo grande torace possente e maestoso come quello del dio Nettuno…Ora mi rimangono come cimeli alcuni suoi scritti inediti, il ricordo di progetti comuni che non sarà possibile realizzare…Fotocopierò tutto ciò che ho e lo darò da leggere a un comune conoscente letterato: perché esamini ogni possibilità di pubblicazione col consenso dei famigliari… Mi è stato detto che ha lasciato orfana anche una figlia naturale, oltre ai due figli anagrafici. E’ nata da una donna che è morta e porta il cognome di un altro uomo. Mi è stato detto che gli somiglia. Vorrei conoscerla, ma non so cosa fare per identificarla. La moglie lo sa e l’ha anche incontrata. Anche i figli sanno della sua esistenza. A uno dei figli ha detto, qualche mese prima dell’incidente, di starmi vicino.
DEFILE’ POUR LES AMATEURS
(atto unico)
Scena unica. L’interno di un’abitazione qualsiasi, arredato con gusto e qualche stravaganza. Tre porte si aprono e chiudono per consentire l’accesso dall’esterno e l’ingresso in due ambienti interni. Sono aperte soltanto le porte che consentono l’ingresso negli ambienti interni.
I protagonisti sono un uomo e una donna, entrambi di bell’aspetto.
La donna ha una età compresa fra i 30 e i 40 anni, un corpo snello dotato di rotondità là dove l’uomo le gradisce evidenti: niente trucco, capelli neri al naturale lavati e lasciati asciugare senza l’uso del fon. Veste indumenti tipici di chi sceglie di starsene in casa a proprio agio con indosso quel che capita. La sua altezza è media.
L’uomo ha un’età non superiore ai 50 anni: barba rasata, peso forma, altezza poco oltre la media. Veste sobriamente con qualche civetteria, per quanto riguarda il colore della camicia o della cravatta. Ha una voce ricca di toni bassi e caldi.
Niente fa identificare la loro nazionalità.
Gli abiti risultano scelti tra i più omologhi alla moda corrente in tutto il mondo civile occidentale.
La loro condizione sociale è inidentificabile.
Il momento stagionale è un momento qualsiasi di una delle quattro stagioni, durante una qualsiasi ora delle 24 giornaliere.
L’epoca storica è quella del momento in cui risulta realizzata l’azione scenica.
Si apre il sipario.
(La donna è seduta sul divano. Legge un rotocalco. Qualcuno fuori scena aziona la suoneria di casa. La donna si alza e si reca a parlare al citofono).
Donna: Chi è?
(Si ode la voce di un uomo).
Uomo: Sono io. Se mi dai il tiro vengo su a portarti una cosa.
(La donna aziona il tiro. Poi si affretta a chiudere le porte che consentono l’ingresso negli ambienti interni. Cerca le sigarette. Le trova e se ne offre una. L’accende. Si guarda allo specchio. Si ricompone ciò che indossa. Attende l’arrivo dell’uomo. Finchè qualcuno non segnala la propria presenza sul pianerottolo, battendo le nocche delle dita sulla porta. La donna apre la porta. Entra l’uomo).
Uomo: Ciao!
Donna: Ciao!
(L’uomo estrae da un sacchetto per la spesa un involucro).
Uomo: Ti ho portato dei fiori. I soliti. Quelli che preferisco.
(L’uomo disfa l’involucro. Toglie ciò che raggruppa in mazzo i fiori. Dispone il tutto su un tavolino).
(La donna si reca a prendere un contenitore in cui sistemarli, uscendo di scena).
(L’uomo comincia a ripulire ogni fiore del verde in più).
Uomo: (ad alta voce) Ora te li preparo come farei per me. Libero i fiori del verde che hanno in più.
Donna: (ad alta voce, entra in scena con un contenitore per i fiori in mano). Ieri sera ti sono mancati i fiori a cena?
Uomo: Mi mancano da un pezzo! Questi me li sono regalati. Mi è venuto in mente di prenderli passando davanti a un fioraio. Poi ho pensato di portarli qui, per dirti di nuovo grazie per la cena di ieri sera e per scusarmi di essere arrivato senza fiori.(Parlando, l’uomo sistema i fiori nel contenitore che gli è stato portato). Ho finito. Se non ti piace così, puoi disfarlo e rifarlo come preferisci. Andrò via portando con me gli scarti.
(Così dicendo l’uomo si avvia per uscire).
Donna: Non ti fermi un momento?
Uomo: C’è un motivo per cui debba fermarmi?
Donna: Vorrei farti vedere alcuni acquisti che ho fatto per la prossima stagione e sentire i tuoi commenti.
(L’uomo decide di rimanere).
La donna esce. Fuori scena mette in funzione un trasmettitore di musica varia. Rientra indossando uno degli “acquisti” recenti. Sfila. Esce nuovamente. Rientra indossando un altro degli “acquisti”. Esce.
Ha inizio, così, un vero e proprio defilè.
La donna indossa tutto ciò che dichiara di avere acquistato recentemente, ma anche altro che decide d’indossare lì per lì per sottoporre l’uomo a uno o più test, per verificare cosa ricorda di averle già visto indosso e in che occasione, compresa la biancheria intima che esibisce nel finale improvvisando uno spogliarello.
La donna sollecita l’uomo a commentare il suo defilè con ogni espediente e civetteria.
L’uomo commenta dicendo altro.
L’azione scenica si conclude nel momento in cui la donna esce alla fine dello spogliarello.
Cessa all’improvviso all’improvviso. Dopo una breve pausa si ode la donna fuori scena invitare l’uomo a raggiungerla.
L’uomo, anziché raggiungerla fuori scena, uscirà silenziosamente aprendo e chiudendo la porta d’ingresso senza far rumore.
DIVERTIMENTO PER ORCHESTRA D’ARCHI
(monologo)
Dove sei in questo momento non lo so. Quanti anni hai. Come ti chiami. Cosa fai. Non so chi sei. Ascolto musica di Bela Bartok trasmessa dalla radio tra le mie cose, nel mio spazio abituale. Dopo aver dormito nel solito letto. Decido d’immaginarti appena sveglia. Se è presto per le tue abitudini, un appuntamento ti ha sollecitata. Se è tardi, significa che sei andata a dormire dopo, molto dopo l’ora abituale.
Ascolto la musica di numerosi strumenti ad arco e ti immagino alta quanto basta. Bocche, ombelichi e sessi simmetrici. Con gli odori prodotti durante la notte che si diffondono appena apri bocca, sollevi le braccia e allarghi le cosce scoperta. Nuda, impigiamata, incamiciata. In ogni modo pigra.
Sei nella tua casa? Oppure sei in un albergo? Sei ospite provvisoria di pareti amiche? Ti ho già detto che non so alcunchè di te in questo momento. Devo scegliere, perciò, un luogo in cui immaginarti.
Scelgo d’immaginarti nella tua casa. Hai dormito con un uomo che aveva progettato di scoparti prima di addormentarsi, ma la stanchezza e la sicurezza di poterti scopare il giorno dopo lo hanno addormentato prima. Oppure hai dormito sola, perché al tuo uomo non concedi di scoparti insudorando le lenzuola del tuo letto. Scelgo d’immaginarti compagna, sia tu convivente o no, di un uomo che si addormenta senza corteggiarti inizialmente con impaccio dissimulato, se convivente, per favorirsi la tua tenerezza, e senza accarezzarti con delicatezza dopo averti scopato. Oppure senza indirizzarti messaggi di seduzione ogni volta inediti ed esclusivi, se non convivente.
Scelgo d’immaginarti nuda davanti a uno specchio: la zona Alpha la giudichi abbondante, la zona Beta la tocchi carente, la zona Kappa la giudichi eccessiva, la zona X la consideri difettosa. Smarriresti ogni dimensione tra le mie braccia. L’età che non conosco ti risulterebbe quella del massimo splendore. Il tuo nome lo pronuncerei ripetutamente fino a cantarlo con tutte le arie musicali a me note. Accarezzerei con insistenza le tue carenze privilegiandole. Dell’eccessivo godrei i supplementi. Al difettoso userei attenzioni correttive, recitandoti questi versi: “Scuote l’anima mia Eros, / come vento sul monte / che irrompe entro le querce / e scioglie le membra e le agita, /dolce amaro indomabile serpente”.
Scelgo d’immaginarti nel bagno, intenta a puntarti i capelli. Intanto che l’acqua scorre nella vasca. E ti osservo, poi, mentre t’immergi nell’acqua senza avere prima diluito i sali profumati.
Avresti chi diluirebbe i sali, se avessi me nei pressi. Li diluirei con una mano che incidentalmente ti toccherebbe “…là dove Amore ogni dolcezza accoglie”. Ammirando il tuo corpo scomparire nella schiuma. Poi ti bacerei il viso ripetutamente sugli occhi, sulle guance, sul collo. Infine sulle labbra che ti inumidirei con la lingua, prima energica , poi docile, poi insinuosa, infine avviluppante contattando la tua. E mi denuderei per raggiungerti nell’acqua.
Occupando la posizione frontale ai tuoi piedi che solleverei e poggerei sul mio ventre, allungherei le gambe a lato delle tue. Con i piedi ti accarezzerei sotto le ascelle, ti comprimerei con delicatezza i seni. Fra i tuoi piedi incunerei in qualche modo ciò che nel frattempo mi comincerebbe a crescere alla fine del ventre tentando di assumere una posizione eretta. E, per distrarti, ti parlerei pronunciando versi di un poeta importante. E poi ti tenderei le braccia. Tu mi prenderesti le mani e faresti leva per metterti seduta.
Così le tue gambe si divaricherebbero e ti attirerei sedendo come te, ti scivolerei incontro. Fino a toccarti vicina, tanto vicina che ti chiederei di sollevarti un po’, facendo leva sulle braccia con le mani poggiate sul fondo. E ne approfitterei per avvicinarmi ancora di più.
Lasciandoti andare sul fondo, ti ritroverei seduta sul mio ventre con dietro la schiena le mie ginocchia e le mie gambe come appoggio. Cercherei con una mano ciò che mi sarà cresciuto alla fine del ventre dal principio della manovra. Lo impugnerei con una mano e ti accarezzerei tra le cosce con la sua estremità levigata. Fino a soffermarmi sull’ingresso della tua cosina.
Allora ti chiederei di ospitarlo. Ti chiederei di accompagnarlo oltre l’ingresso, di accomodarlo là dove potresti gradirlo maggiormente. Mentre ti bacerei nuovamente il viso, con tanti baci ripetuti un po’ dappertutto in superficie. Sugli occhi, sulle guance, sul collo, sulle labbra.
Ti chiederei di desiderare il piacere senza muoverti. Anch’io desidererei, così, il piacere senza muovermi. Fino a godere e farti godere senza urlare. Gemendo soltanto.
Immaginandoti, invece, sotto la doccia, con me accanto potresti startene immobile. Ti chiederei di muovere soltanto le braccia, quel tanto che basterebbe per ricevere le mie mani insaponate sotto le ascelle. Ti chiederi di mantenere le gambe un po’ divaricate, quel tanto che basterebbe a facilitarmi l’insaponamento della tua cosina. I seni non te li insaponerei standoti di fronte. Ti abbraccerei standoti dietro. Aderendoti. Per strofinarti tutta con tutto quanto ho davanti sul corpo.
Incrocerei le braccia per manipolare il seno sinistro con la mano destra e il seno destro con la mano sinistra. Scivolerei ogni tanto con una mano fino all’ombelico. Fingerei più volte di spingermi nei pressi della tua cosina senza toccarla, però. E, intanto ti strofinerei tutto quanto ti caratterizza dalla schiena in giù, con tutto quanto mi distingue dal petto in giù.
Tentando con discrezione aggiustamenti per tutto ciò che finirebbe col frapporsi fra me davanti e te di schiena. Tenterei, con manovre che ti risulterebbero carezze, d’incuneare dove possibile alla fine delle tue cosce, nel punto in cui non sono più cosce, ciò che inevitabilmente mi si indurirebbe alla fine del ventre, assumendo una posizione eretta. E sono sicuro che durante tali manovre, una delle mie mani si allontanerebbe sorniona dal seno. Transiterebbe nei pressi dell’ombelico, lasciandoti intendere di volersi soffermare nella zona: E scivolerebbe, invece, saponosa e carezzosa fin verso la tua cosina. Manipolando ben bene la zona pelosa. Prima di aggredirla con amore, contenendola tutta tra le dita per alcuni istanti. Prima di esplorarla alla ricerca del particolare che privilegerei con carezze ripetute e ritmate. Sino all’urlo del tuo piacere e alla giravolta che ti farebbe strofinare tutto ciò che ti sta davanti, contro tutto ciò che mi sta davanti.
Con le tue braccia che mi stringerebbero tanto quanto ti stringerei abbracciandoti. Sotto la pioggia della doccia che continuerebbe a lavarci. Pronunciando i versi di un poeta importante ti direi che “…di te mi piace accarezzare il folto elettrico pelo e quel che viene a carne, che si separa”. Ti direi che mi piacerebbe sentire “…il brivido di sotto me te così nuova”. E ti chiederei di buttarmi le braccia al collo, di saltarmi addosso a cavalcioni. Di stringere le gambe attorno al mio corpo. D’incrociare i piedi dietro la mia schiena. E cercherei d’incuneare nella tua cosina ciò che davanti non potrebbe più continuare a indurirsi senza procurarmi sofferenza. E spingerei, spingerei, spingerei fino all’urlo del mio piacere, all’irrigidimento di entrambi. Con le tue unghie che finirebbero col segnare le mie carni e le mie braccia che finirebbero con l’illividire le tue. Sotto la doccia che continuerebbe a lavarci già tanto lavati.
Un unico accappatoio basterebbe, poi, per asciugare entrambi. Prima di stenderci sul letto l’uno accanto all’altra nell’intimità dello stesso paio di lenzuola.
Ti suggerirei di stare supina e rilassata con gli occhi aperti a guardarmi e lasciarmi fare. Ti cavalcherei poggiandomi sulle ginocchia e sulle mani senza toccarti. Eseguirei flessioni per sfiorarti il ventre con ciò che penderebbe dal mio, soddisfatto, e per stampigliarti le labbra su tutto il corpo.
Non ti succherei i capezzoli, ma te li afferrerei tra i denti senza farti male. Per tenerli fermi e accarezzarli con la punta della lingua. Ora l’uno ora l’altro. Effettuando improvvise scorribande nelle zone più diverse. Trasferendomi da un seno all’altro. Il mio ventre finirebbe con l’aderire al tuo e si muoverebbe continuamente alla ricerca dell’adesione più totale.
Ti prenderei il capo tra le mani, ti guarderei e ti parlerei continuando a pronunciare versi del solito poeta importante. Ti direi: “Mi muoverò sulla strada del tuo corpo, sentendo intorno a me il traffico di piacevoli muscoli affondare ed espandersi”.
Scivolerei sul tuo corpo all’indietro nella direzione dei piedi. Ti poggerei il capo sui seni, tra i seni. Mi accarezzerei il viso e le labbra con i capezzoli. Scivolerei ancora più giù, fino a toccare col viso il tuo ventre. Te lo affonderei tra le cosce che tu stringeresti, prima, e poi divaricheresti per riceverlo.
Cercherei con la lingua tra i peli le labbra della tua cosina e, appena trovate, le aggredirei con un morso, indugiando. Indugerei fino a costringerti a muoverti. Allora di nuovo cercherei con la lingua il particolare che fa godere. Senza muoverla, però, la userei rigida. E la fermerei introdotta nella tua cosina, indugiando. Indugerei fino a farti muovere per sollecitarmi.
A ogni tuo movimento, reagirei con un morso. Più movimenti, più morsi. Finiresti col muoverti tanto che non potrei più morderti con lo stesso ritmo. E, perciò, ti obbligherei a star ferma, usando la lingua in movimento. Colpendoti la cosina e scandagliandola in tutte le zone sensibili. Affondando il mio viso tra le sue labbra. Comprimendola col naso nella zona più pelosa. Mordendola nella zona del piacere più acuto. Fino a farla eruttare e farti gemere, oppure urlare. Allontanando con forza la mia testa dal tuo ventre che comprimeresti con le mani, serrando le cosce e girandoti su un fianco rannicchiata.
E’ il momento in cui ti abbraccerei aderendoti rannicchiato alle spalle sul fianco nella tua stessa posizione. Così da procurarti la sensazione di essere seduta sulle mie gambe.
E’ il momento in cui manovrerei per incuneare tra le tue cosce, nei pressi della cosina, ciò che alla fine del mio ventre non potrebbe più continuare a indurirsi senza farmi desiderare di penetrarti là dove il desiderio ti farebbe gradire la penetrazione.
E’ il momento in cui ti chiederei di aprire le cosce quel tanto che faciliterebbe la sistemazione nel posto giusto di ciò che altrimenti mi impedirebbe di aderirti alla perfezione.
E’ il momento in cui godrei l’abbraccio e il calore delle tue cosce con movimenti ritmati e ripetuti che mi procurerebbero piacere. Intanto che con le mani ti percorrerei dai seni alla cosina e dalla cosina ai seni, indeciso su dove soffermarmi per cogliere e dare più piacere.
La musica continuo ad ascoltarla. E’ sempre di Bela Bartok. Un divertimento per orchestra d’archi. E continuo a chiedermi dove sei in questo momento e cosa fai. Quanti anni hai non m’importa granchè saperlo. Né m’importa sapere se hai un uomo in compagnia del quale trascorri il tempo libero e le notti. Non m’importa sapere neanche come ti chiami.
Chiunque tu sia, in questo momento sei la mia donnascrigno. Sei un involucro entro cui riconosco racchiusa e contenuta la mia donnascrigno. Quella che un poeta importante, mio coetaneo, ha indicato in giovane età come “…impronta dei nostri anni più nostri”.
Hai le sembianze della mia “donnascrigno”. Hai i suoi seni, il suo ventre, il suo sorriso. E ti invoco, ti evoco, ti contemplo, ti adoro, ti sogno. Perché sono “appenanato” nuovamente all’amore. “ sei tutto il mio significato d’amore”, ha scritto annui fa un letterato che mi è amico, a una donna che, col trascorrere degli anni, non gli ha più significato amore. Io non lo scriverò a te, perché mi significherai sempre l’amore. Sei la donna che mi ha rivelato l’autenticità dell’amore. La donna che può farmi esprimere definitivamente l’amore. Sei la vetta inviolata del mio erotismo che scalerò soffrendo e godendo fino allo spasmo. Purchè tu venga a me.
Dovunque tu sia, vieni a me. Altri involucri hanno contenuto la mia “donnascrigno”. Il tuo potrebbe essere quello definitivo. Vieni! Ti aspetto tra le mie cose, nel mio spazio.
Al tuo arrivo interromperò qualunque mia occupazione. Non avrò occhi che per te. Di te coglierò ogni gesto, memorizzerò ogni parola, feticizzerò gli abiti che indosserai. Nel tuo sorriso emigrerò. Le tue scelte saranno le mie. I tuoi gusti determineranno i miei. E ti basterà guardarmi al momento del saluto, toccarmi in qualche modo, quando ti accompagnerò nel punto in cui ti inviterò a sedere. Ti basterà poco per capire che ti ho prescelta. Che ti ho aspettata lungamente e fiducioso, prima di conoscerti.
Farò in modo che al tuo arrivo tra le mie cose, nel mio spazio abituale, non vi sia nessuno altre me. Ascolteremo insieme musica importante. Ti leggerò versi di poeti importanti. Guarderemo dipinti di artisti importanti. Ci scambieremo carezze importanti.
Siccome i baci dati e ricevuti non mi serviranno come esperienza, mi inizierai al bacio: E comincerò tutto nuovamente dal principio, con l’intenzione di arrivare alla fine senza trascurare alcunchè. E se tutto quanto posseggo alla fine del ventre rimarrà inerte durante il primo abbraccio, non allarmarti. Sarà l’emozione.
Ti siederò vicino e ti cingerò le spalle con un braccio. Userò le mani per familiarizzare col tuo corpo. Ti toccherò, ti accarezzerò, ti spoglierò alla fine.
Se mi dirai “…non toccar, ben mio, quel che non lice”, ti chiederò di lasciar fare. Perché tutto quanto farò esprimerà amore. E tu lascerai fare. Anche quando m’introdurrò nell’inaccessibile. Anche quando toccherò l’irrangiungibile. Lascerai fare anche quando ti accarezzerò là dove il piacere si raduna per l’osanna finale. Perché desidereremo “… non solo cuorare, ma anche boccare e pellare e vellare e bracciare e senare e ventrare e sessare”, come ha scritto un poeta. E ti chiederò di urlare e gemere senza ritegno, se ti è congeniale urlare e gemere in preda al piacere.
Mentre ti abbraccerò, ti bacerò e ti parlerò con i versi di un altro poeta poeta. “Fammi sentire”, ti dirò. “io strillo”, mi dirai. “solo una volta”, ti dirò. “E’ divertente?”, mi chiederai. Intanto avrò cominciato a comprimerti con tutto ciò che davanti comincerà a crescermi. “Fammi toccare”, ti dirò. “fin dove?”, mi chiederai. “Parecchio!”, ti dirò. “Perché no!”, mi dirai. La crescita di tutto ciò che mi sta davanti potrà considerarsi a questo punto completata e te ne accerterai. “su andiamo!”, ti dirò. E manovrerò per inginocchiarmi tra le tue cosce divaricate.
“Non troppo!”, mi dirai. Divaricando le cosce. “Cos’è troppo?”, ti chiederò. “Dove sei”, mi dirai. “Fammi stare!”, ti dirò. Cercando l’ingresso della tua cosina con una mano. “In che modo?”, mi chiederai. Intanto che con le dita libererò le labbra della tua cosina dai peli e le aprirò perché ciò che mi sarà cresciuto davanti in tutta la sua dimensione possibile cominci a entrare. “Così!”, ti dirò: Spingendo: “Se baci”!, mi dirai: E spingerai anche tu in su, mentre io spingerò in giù.
“Fammi muovere!”, ti dirò. “E’ amore?”, mi chiederai. “Se lo vuooi!”, ti dirò. “Da morire!”, mi dirai. “Ora!”, ti dirò. Spingendo più in profondità. “Ahaia!”, mi dirai. E le nostre braccia stringeranno i nostri corpi gareggiando in forza. “Ci siamo!”, ti dirò. “Non fermarti”!”, mi dirai. Irrigidendoti. “Oh, no!”, ti dirò. “Fai piano”, mi dirai. “Vvvenuta?”, ti chiederò. Rilassandomi dopo un’ultima spinta in giù. “Ammm!”, mi risponderai. “Sei divina”, ti dirò. “Sei mio!”, mi dirai. Dicendomi, anche: “Continua a parlare”.
E toccheremo morbidi i nostri muscoli, sudati i nostri corpi, infuocati i nostri ventri, placati il membro e la cosina.