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“L’ULTIMA ESTATE IN CITTA’ ” DI GIANFRANCO CALLIGARICH

“L’ultima estate in città“ di Gianfranco Calligarich (riedito da Aragno) è un romanzo da leggere muniti di lapis ben temperato per la sottolineatura di ciò che può risultarci citazione opportuna, aforisma arguto, analogia felicemente concepita, intrigati da una narrazione d’antan intrisa di vissuto personale amarovitizzato (o sdolcevitizzato), strizzato e steso ad asciugare in una Roma fine anni 60 e principiante gli anni 70.
Un lapis per sottolineare subito l’incipit: “Del resto è sempre così. Uno fa di tutto per starsene in disparte e poi un bel giorno senza sapere come, si trova dentro una storia che lo porta dritto alla fine”.
Il Calligarich l’ho conosciuto nel 1957 in Urbino, studente milanese del Corso di Giornalismo, già autore di testi scritti per narrare dei pirati (bucanieri) e della pirateria, che nel suo romanzo (p.26) risultano scritti dal protagonista Leo Gazzarra e utilizzati come supporti bibliografici da un altro protagonista (Renzo). Lo ricordo protagonista durante la Festa della Matricola, in rapporto di coppia con una piacente coetanea pesarese, disponibile e collaborante per ogni iniziativa dei compagni di studio.
Paolo Mauri ha recensito questo romanzo ne “la Repubblica“ (10.03.2010), segnalandolo come referto esistenziale, piccolo gioiello letterario già edito da Garzanti nel 1973, ironico e dolente insieme, protagonista un personaggio che dice “alzo le vele“ (la pirateria docet!) per dire “vado“ ogni volta che decide di andare: considerando “sfinocchiato“ chiunque (anche se stesso) gli rivela di aver toccato quel “limite“ che contrassegna il punto in cui una persona comincia ad arrendersi, perchè le cosiddette “cose“ non vanno per il verso giusto o non vanno neanche spinte.
Buona lettura col lapis in mano per eseguire, eventualmente, alcune sottolineature come quelle che seguono.

Siamo quello che siamo non per le persone che abbiamo incontrato ma per quelle che abbiamo lasciato (p.18).
La bellezza non puzza mai di fatica e di conquista ma viene direttamente da Dio e questo basta a farne la sola vera aristocrazia umana (p.53).

La città era così vuota che si sentivano i palazzi invecchiare (p.62).
Il silenzio era tanto che potevamo sentire il fiume scorrere sotto i ponti (p.66).
Sono sempre i denti a denunciare la povertà di nascita di una persona, i denti e gli occhi (p.76).
Dopo i tentati suicidi ci vuole sempre molta dignità (p.87).
Così lo lasciai lì a guardare la vita dalla posizione più tollerabile (p.90).

(Già postato anche in: http://www.iantichi.org/?q=node/465http://www.lampisterie.ilcannocchiale.it/ )

PRIVATI ABISSI DA LEGGERE IN UN ROMANZO DI GIANFRANCO CALLIGARICH

Durante la lettura del romanzo intitolato “Privati abissi” (Fazi Editore) di Gianfranco Galligarich, finito di stampare in aprile ma ricevuto in dono in marzo 2011, mi sono immaginato quasi subito hemingwayneggiato in compagnia dell’Autore su alti sgabelli al banco di un similHarry’sBar, entrambi insediati giovaniholden nella Capitale degli Anni Sessanta con molti gettoni nelle tasche per una lunga telefonata, provenienti da un lombardo capoluogo (lui) e da un salentino territorio (io). Supponendolo decenni dopo, “ a stagionatura praticamente completata”, ripensatore di una Storia già scritta, durante il funerale di un conoscente suo d’annata, all’ombra di alcuni cipressi, con nelle tasche medicamenti per pronto soccorso a scompensato e tenebroso muscolo cardiaco, “a oltre tre volte dieci anni di distanza” dagli accadimenti narrati.
Apprezzandolo come Raccontatore di Storie “di gente dotata di ciò-che-conta”, con descritti  non dialoganti protagonisti uno Sprangato Partner, “appartato dentro il suo fisico costruito senza economia”, predestinato a sorprendere una Tipa Mascolina impegnata a lesbicare nel lettone con donna provvista di corpo “pieno di riservate e non mantenute promesse“, sua frettolosamente ammogliata“con sorriso a sfottere su bocca robustamente fatta”,ex paterincestuata e traumatizzata da un Grande Disastro prematrimoniale causato dalla Grande Falciatrice, mandatario il Gran Padre-Dio.
“Privati abissi” è stato scritto dal Calligarich quasi certamente compiendo un esercizio scrittorio, dopo “L’ultima estate in città”, romanzo d’esordio Premio Inedito 1973. Per consigliarlo come lettura, a prescindere dalla trama riassunta nella bandella editoriale, ho scritto questo testo compiendo un esercizio di mimesi scrittoria.

TRATTASI DI UN LIBRO DELLA CATEGORIA DAN BROWN
CON OMICIDIO-SUICIDIO MISTERIOSO NEL SALENTO
PER LETTORI AGOSTANI ACCASATI IN VILLAGGI VACANZE

http://www.facebook.com/note.php?created&&note_id=10150312439513473

http://lampisterie.ilcannocchiale.it/post/2677326.html

http://www.iantichi.org/node/593/edit

Ho ricevuto in dono un libro costituito da tante pagine quante risultano le pagine di quattro libri de La Biblioteca di Repubblica: allegati uno ogni sabato al quotidiano. Esempio: Arthur Scnitzler n.3/112, Herman Malville n.8/112, Marcel Proust n.12/128, Oscar Wild n.14/128: totalizzano 480 pp. Il libro che ho ricevuto in dono totalizza 494 pp. Lo ha scritto Enzo Varricchio, s’intitola Quell’estate prima della fine del mondo, lo ha pubblicato Giuseppe Laterza, editore barese come l’autore che si reddita esercitando la professione dell’avvocato: animalista, vegetariano, in rapporto ravvicinato con lo Yoga.
Non è il diario di una vita eccezionale, né l’autobiografia di un uomo eccezionale.
È il prodotto letterario di un pugliese ostinato nel soddisfare il bisogno personale di conoscenza e accrescimento culturale, in dimestichezza con la scrittura letteraria. Un contenitore cartaceo divulgatore di un melting pot etnico-culturale, farcito con digressioni e citazioni iperdialogate che zibaldonizzano ciò che l’autore ha “imparato” accumulando il suo capitale di conoscenza libresca e conoscenze socio(anche logiche)-politiche-mondano-artistiche-economiche etc, fino allo scrittore Moccia e  all’attore corregionale Scamarcio.
Trattasi di un libro di narrativa della categoria Dan Brown per il Grande Numero  la cui lettura si arruffiana il lettore di pagina in pagina conducendolo in un iper luogo nomato Rosadimare (il più bel fiore e il liquido primordiale), villaggio vacanze per benestanti insediato sulla costa salentina adriatica nel territorio comunale di Ostuni. L’autore lo ha scritto eccellendo, in alcuni capitoli, nella costruzione di analogie provviste del “come” che esemplifico campionariate, dopo averle  sottolineate:

-         rincoglionito e frustrato come un granchio sbattuto nel secchiello p.36

-         come vecchie cianfrusaglie ritrovate negli scatoloni in soffitta p.38

-         come due paracadustiti impigliati sul ramo di un albero p.41

-         come un astronauta sganciato fluttuo nel vuoto p.52

-         si dissolvono nella notte come punti neri nell’inchiostro p.71

-         grondare sudore come un eschimese incarcerato da un’ora dentro un hammam p.82

-         ammosciato come un pupazzo la cui carica sia terminata p.287

-         per insufflargli ossigeno, come il soffio divino che dà la vita p.314

-         da cui si può uscire, come si esce da un brutto sogno p.427

-         nero come un gigantesco moscone p.479

-         lottano nel cielo come dronghi asiatici a difesa del nido p.479

Ho ricevuto in dono, quindi, un libro che contiene più libri che hanno per argomento la costa salentina nel periodo delle vacanze estive, la popolazione pugliese con i suoi riti e i suoi miti, la microstoria locale di ogni “loco” tra i due mari (Adriatico e Jonio) – come risulta riassunta esemplarmente nel cap.XV da pag. 343 in poi: astuzie utilizzate come bigiotteria, per adornare con esercizi di scrittura erudita un intreccio narrativo del genere giallo-esoterico-codicedavinci con suicidio-omicidio iniziale e soluzione finale di ogni mistero (quasi), metaforicamente (in)quadrata in un cerchio, destinato a risultare datato dai riferimenti a fatti e personaggi della cronaca più recente.
Siccome alcuni PM sono impegnati in ulteriori indagini, però, chiunque abbia letto (oppure leggerà) questo libro, eviti (comunque) di conversare al telefono con chiunque voglia commentare i fatti narrati come fatti realmente accaduti a Rosadimare: poiché …tutto inizia e finisce in questo luogo, durante le 24 ore di una giornata ferragostana. Assenti giustificati  la Daddario, Valter Lavitola e Gianpi Tarantino di tutt’altre trame narrative argomento e protagonisti.
Pag. 481 – Un giallo avvincente, meglio di Brembate, Avetrana, Perugina e Garlasco messi insieme: una bomba, dieci morti, tra i quali un alto magistrato e due minorenni, barbaramente assassinate, con tanto di setta satanica come ciliegina sulla torta. A pag 431 il riassunto della trama.

DI UN LIBRO/ALBO/CATALOGO
INTITOLATO “NOVOLI…IMMAGINI D’ANTAN”

http://lampisterie.ilcannocchiale.it/post/2666450.html

Grande merito sia riconosciuto all’Amministrazione Comunale novolese per aver patrocinato la pubblicazione di “Novoli… immagini d’antan” (Il Parametro Editore 2010 ), un libro/album/catalogo, concepito e realizzata da Mario Rossi e Piergiuseppe De Matteis. Si tratta di un pregevole contenitore editoriale per la custodia a futura memoria di cartoline illustrate e foto istantanee amatoriali scattate per documentare un insieme urbanistico salentino d’annata che cinquant’anni e più dopo ci risulta inalterato, esclusi alcuni ritocchi e risanamenti effettuati per contrastare il degrado e ordinare l’eccessivamente disordinato. Gli autori lo hanno realizzato con una dedica nella quale si legge “…a tutti i giovani di Novoli perché non dimentichino mai il luogo in cui sono custodite le proprie origini”. Senza presupporre l’utenza dei nati a Novoli che hanno radicato in altre realtà socio-politiche-culturali le origini di ciò che sono nel 2011. In un mio coetaneo che è stato giovane irrequieto a Novoli nel 1954 (l’anno che data molte delle immagini pubblicate), predestinandosi a risiedere e  realizzare la propria evoluzione intellettuale e i propri sogni altrove, abitando e lavorando in altri complessi urbanistici, l’esame comparato di molte foto che illustrano lo ieri e l’oggi delle stesse realtà urbane novolesi non ha suscitato alcun rimpianto del luogo natio.  Un luogo in cui è stato giovane creativo ambizioso e intraprendente, residente dalla nascita e durante gli anni successivi al 1954 fino al 1960, come la gran parte dei suoi compaesani (10.000), in case  “scomphortate” sprovviste d’impianti igienici e acqua corrente, con gli affacci su strade disastrate, prive di fognature urbane per lo scarico dei liquami famigliari et l’etcetera documentato dalle foto edite da Il Parametro Editore.

LE SAPONETTE MAGICHE di Costanza Savini
http://lampisterie.ilcannocchiale.it/2005/01/14/costanza_savini_nella_sala_del.html

L’invenzione (creazione) dei suoi personaggi e la struttura dell’intreccio (trama) connotano Costanza Savini come narratrice plastica del tipo demoniaco anarchico, teorizzato da Livio Rusu. Il suo libro (edito da Campanotto col titolo “Le saponette magiche”) contiene elementi che con certezza possiamo ritenere biografici, adattati e trasformati in modo tale che hanno perso il loro significato specificatamente personale, fino a risultarci trasformati in materiale letterario concreto e umano, parti integranti di un’opera che ambisce a conseguire la comunicabilità più oggettiva. Ragion per cui non è facile separare ciò che è pura fantasia, da ciò che è osservazione realistica e da ciò che è soltanto espressione dei desideri dell’autore. Le fantasie de “Le saponette magiche” ci risultano modellate come una specie di nuova realtà, giustificate come validi riflessi della vita reale.
Costanza Savini è una sognatrice che, scrivendo, si allontana dalla realtà per non venire a patti con l’esigenza di rinunciare a fantasticare giochi liberi, durante i quali soddisfare istintivamente i suoi desideri più segreti e ambiziosi. Poiché, piuttosto che alterare il suo carattere, è decisa a perpetuare le sue fantasie dotate di valori simbolici, dei quali è possibile cogliere l’essenza soltanto se si esplorano con circospezione le profondità dei sentimenti che le sostanziano.
(apparso in “Art ut Art” aprile 2003 e in “Zeta” luglio 2003)

DI UN ROMANZO INTITOLATO “IL LAGO IN SOFFITTA”

Costermano può essere annoverato come iperluogo letterario nel Dizionario delle Opere e degli Autori. Costanza Savini, giovane scrittrice residente a Bologna e sua abitante periodica, lo ha prescelto come deposito di vite vissute e fantasticate per un libro intitolato “Il lago in soffitta” edito nel 2007 da Mursia, già notiziato nel marzo 2004 col titolo “Sfollati a Costermano”.
In questo libro è narrato il soggiorno in una grande villa padronale, ben nota ai costermanesi, nel periodo della Repubblica di Salò (1943.1945), dei componenti “sfollati” di più nuclei famigliari (quattro). Imparentati e comproprietari sia dell’immobile che dell’azienda agricola annessa, costretti dal regime fascista a ospitare un generale repubblichino con moglie e cinque figli.
Costermano risulta già iperluogo letterario nel primo libro della Savini, pubblicato nel 2002 dall’editore Campanotto col titolo “Le saponette magiche”. Il nuovo libro, che ha la struttura e la corposità di un racconto lungo quanto un romanzo medio, però, lo sovradimensiona sino a farlo risultare luogo magico come il Macondo di Garcia Marquez. Un luogo magico nel quale sono state vissute realtà magiche, stabilendo rapporti magici con le cose, le piante e le persone vive e defunte.
La quantità di vissuto personale che Costanza Savini ha riversato nei racconti già pubblicati, continuando a riversarla ne  “Il lago in soffitta”, è notevole. Il “tempo” che fu dei suoi Avi, fino ai suoi genitori, con reviviscenze nel tempo attuale, è narrato con puntigliosità e precisione. Quasi certamente, la giovane scrittrice ha scelto di narrare il periodo storico dello “sfollamento” della sua famiglia, da Bologna a Costermano, e degli altri  parenti con residenze in altre città bersagliate dai bombardamenti, alla ricerca di ciò che è stata la sua adolescenza nella grande villa sulle pendici del monte Baldo, di fronte al lago di Garda: per mettere a fuoco la propria identità interiore ed esteriore (abiti compresi) nel tempo della sua esperienza scrittòria.
La verosimiglianza delle vicende narrate risulta compiuta. L’epoca storica e gli accadimenti che la connotano è indiscutibile, oltre che dettagliata, anche per quanto riguarda le date.
Come protagonista principale, al lettore s’impone l’adolescente Nina, onnipresente e iperintraprendente: inequivocabilmente alter-ego della scrittrice che la rivive reincarnata in sé consapevolmente e con compiacimento. Nina è un’adolescente che si è predestinata a diventare scrittrice, affascinata da tutto ciò che riguarda l’esoterismo, attenta a cogliere ogni manifestazione dell’invisibile, attratta dal mistero. Ragion per cui effettua incursioni nel paranormale, nello spiritismo e nei fenomeni di percezione extrasensoriale, coinvolgendo i cugini coetanei nelle sue ricerche e nei suoi esperimenti, i cui esiti sono rivelati nelle ultime pagine.Concludo scrivendo che Costanza Savini ha progettato e realizzato il suo nuovo libro come “libro per tutti”. Il “vero storico” lo ha appreso, ovviamente, dai genitori: successivamente lo ha “verificato” leggendo libri e conversando con persone coetanee dei genitori. Il “nerbo” dell’intera narrazione è costituito da un notevole biografismo trasfigurato in invenzione letteraria verosimile. Le incursioni nel paranormale si fanno supporre supportate da conoscenza sperimentata e non soltanto libresca. (Riscrizione di un testo apparso ne “Il Borgotto”, marzo 2004)

Storie falliche e della “cunnina”
In un libro maledetto a Venezia nel 1500

Nella Biblioteca Marciana a Venezia è conservato (quindi, accessibile) un rarissimo libro stampato in prima edizione a Venezia nel 1526 e mai più ristampato, relegato nel limbo dei libri maledetti (quindi, proibiti), a cominciare dal 1566 per decisione del Consiglio dei Dieci, dopo attento esame dei due patrizi Lorenzo Priuli e Gasparo Contarini non ancora cardinale, per l’iniziativa dei frati minori osservanti di San Francesco. Ha per titolo “Libro della origine delle volgari proverbi”, lo ha scritto Aloyse Cinthio de gli Fabritii (1466ca – 1530), componente di una gloriosa schiera d’autori di libri maledetti che per taluni studiosi ha in Dante l’iniziatore.
Cinque secoli dopo Spirali Edizione ha pubblicato una sua trascrizione letterale, con una dotta prefazione di Francesco Saba Sardi. Argomenta e commenta 45 proverbi disposti in terzine , ognuno in tre cantiche, per un totale di circa 41.000 versi endecasillabi, scritti con linguaggio volutamente latineggiante  ricco di dialettismi veneziani.
E’ un libro scritto con intenti satirici e comici, emulando Aristofane, Menandro, Plauto e Terenzio:  deliziosamente imperfetto imprevedibile, sragionante, di ardua accessibilità: a riprova (e conferma) che la follia è condizione del viaggio artistico, poiché la follia dell’arte non è la follia del mondo ma dell’invenzione. Un libro scritto da un erudito per lettori eruditi, ricco di storie falliche e di vicende della “cunnina”, un’opera che è insieme erotica e pornografica, che narra vicende bizzarre e paradossali con frati e chierici (cherci) lussuriosi e ingannatori.

“La retorica delle puttane” sovversiva a Venezia
Libro d’autore decapitato ad Avignone nel 1644

Ferrante Pallavicino nasce a Parma il 23 marzo 1615. Manifesta in età adolescenziale interessi per la lettura e per la scrittura. Veste l’abito talare nella casa della Passione a Milano, esclusiva di famiglie nobili e distinte. Concluso il ciclo di studi inferiori a Milano, dà inizio al ciclo di studi superiori optando per il modello scolastico tipico dei collegi della Compagnia di Gesù. Ottiene dal suo Superiore lombardo il permesso di recarsi in Francia, ma non vi si reca perché si è innamorato di una giovane veneziana: si reca, invece a Padova, dove scrive tante lettere ai conoscenti nelle quali si descrive in viaggio nelle varie province francesi, e un panegirico in lode della Serenissima, intitolato “Il sole ne’ pianeti” che gli vale la simpatia e la protezione del Senato veneto. Nel 1635 comincia a soggiornare stabilmente a Venezia “reina di tutte altre città”: perché è innamorato di una veneziana, ma anche per naturale inclinazione, per affinità elettiva. Poiché Venezia, in quel momento,  gli risulta essere per eccellenza il luogo della libertà, violenta e beffarda avversaria di ciò che anche lui ha in odio più grande: Compagnia di Gesù, Spagna, Corte di Roma. A Venezia risiede presso il convento dei Canonici Lateranensi, detto della Carità, e per qualche anno indossa l’abito di tale ordine osservando formalmente la regola, intanto che intreccia relazioni con le prostitute, frequentando luoghi cittadini poco raccomandabili. Particolarmente l’Accademia degli Incogniti, fondata nel 1630 da Giovanni Francesco Loredan: un’accolita d’intellettuali irregolari di provata empietà, puntualmente indagata e segnalata dai compilatori dell’Indice dei libri maledetti e proibiti. Scrive libri che i librai commercializzano con grande profitto degli stampatori. Trascorre sedici mesi in Germania come cappellano del Duca d’Amalfi. Durante l’estate del 1641 torna a Venezia. Pubblica un libro/epistolario intitolato “Corriere svaligiato”. Monsignor  Francesco Vitelli,  Nunzio apostolico a Venezia, sostenuto dalla maggioranza del Senato cittadino, contende alla Corte di Roma il diritto di perseguirlo come autore di un libro “disdicevole”. E’perciò arrestato e incarcerato. Sei mesi dopo torna in libertà, senza essere stato processato. Il  “Corriere svaligiato”, però, è proibito nell’intero stato veneto. Dal marzo 1642 comincia a vivere nell’angoscia, causata dalla persecuzione sempre più tenace concordata dai suoi detrattori Francesco Vitelli e Francesco Barberini. Abbandona per due volte la sua residenza nel convento, rifugiandosi presso l’amico Giovan Francesco Loredan. Durante il mese di giugno abbandona Venezia, continuando a scrivere testi velenosi e irriverenti contro il Nunzio apostolico, il Pontefice e la Corte di Roma. Gli sono attribuiti due libri intitolati “Baccinata” e “La retorica delle puttane”, entrambi stampati alla macchia, considerati pregni di virulenta satira antibarberiniana e antigesuitica, e perciò meritevoli di essere inquisiti. Scappa in Francia, dove un falso amico facilita il suo arresto ad Avignone. E’ consegnato all’Autorità ecclesiastica del luogo francese nel gennaio 1643 che lo processa e lo condanna a morte per “lesa maestà divina e umana”. E’ decapitato nella piazza antistante il Palazzo dei Papi il 5 marzo 1544, non ancora ventinovenne, “unico libertino italiano a meritarsi il patibolo dei papi”. Considero alcuni suoi testi meritevoli di lettori miei contemporanei, concordando con Laura Coci che ha scritto: “Un autore come questo merita di trovare ospitalità in una collana di classici della letteratura, in quanto è un vero classico della controletteratura”.

L’identikit della bella donna
abbozzato da Federigo Luigini nel 1554

Ve l’immaginate cinque dotti benestanti dei nostri giorni, narrati da uno scrittore contemporaneo ospiti in vacanza nella tenuta di caccia di uno di loro, impegnati a tracciare l’identikit di una bella donna, dopo aver concluso che nessuna delle loro partner in carica la incarna?
Ve l’immaginate cinque gentiluomini nostri contemporanei bene accasati, impegnati a turno durante le ore serali di tre giorni consecutivi e dopo aver trascorso la giornata cacciando aironi, anitrelle e qualche uccello di passo, descritti come bibliodisquisitori del colore e della lunghezza dei capelli e degli occhi, dell’ampiezza della fronte, della forma del naso e delle labbra e del mento e di ogni altro particolare fisico femminile, procedendo dall’alto in basso, senza trascurare le zone erogene?
Non immaginateli, perché li ha sognati e già narrati l’autore del libro intitolato “Della bella donna” stampato a Venezia nel 1554 in 8° per conto di Plinio Pietrasanta, autore Federigo Luigini. Un rarità bibliografica introvabile nelle librerie, la cui ultima pubblicazione moderna è datata 1925 (vol.XXIV della collana “I classici dell’amore”, L’aristocratica, Milano).
I cinque aristocratici cinquecenteschi protagonisti del libro del Luigini, soggiornanti in una villa friulana a S. Martino di proprietà Godroipo, sono: Jacopo Godroipo, M.Pietro Arrigoni, Nicolò Della Fornace, un Sig. Vinciguerra, un Sig. Ladislao. Riassumo di seguito alcuni brani sottolineati durante la lettura.
I CAPELLI saranno di colore che s’assomigli al forbito, puro e ben fino oro, (…) che sieno crespi, folti e lunghi, (…) così alla donna viene il lungo a conferire grazia maggiore. Gli OCCHI vo che negri sieno come una matura oliva, come una pece, come un velluto, e tali che si assomiglino a due carboni negrissimi (…)  luminosi e sfavillanti: (…) Vorrei poscia che fossero non vaghi no, ma parchi a muovere e pietosi in riguardare. Le PALPEBRE sieno casa di loro, cioè belle a meraviglia. Le CIGLIA negre come indiano ebano. Le SOPRACCIGLIA poi, chiamate archi dall’Ariosto, saranno negrissime, sottilissime e minutissime. La FRONTE sia larga, alta, lucida e piena di divine bellezze. Il NASO sia per la mia stima picciolo, che invero un grande deforma assai la donna. La BOCCA di picciolo spazio contenta, viene non poco di grazia ad una vergine a porgere. Le GUANCE saranno tenere morbide. Piaceranno sommamente se si scoprirà in loro il bianco giglio e la vermiglia rosa, il purpureo giacinto e il candido ligustro. I DENTI simili a perle.  La GOLA di colore di marmo, (…) cioè candida si, che candidezza maggiore non apparisse né in cigno, né in giglio, né in ermellino, né in neve. Le MAMMELLE  picciole, tonde,  sode e crudette, e tutte simili a due rotondi e dolci pomi (…) a toccar dilettevoli, e a vedere similmente. Le SPALLE terse e belle, e dritte appresso, come voglio ch’elle sieno, e ch’elle vi si trovino. Le BRACCIA non picciola bellezza scorgerassi se delicate, grossette e dolci al tutto sieno e gentili. Le MANI, lunghe, tenerelle e pulite, e l’unghie somiglianti a perle orientali. I FIANCHI bisogna che sieno anzi rilevati che no. Il VENTRE dee esser netto, anzi nettissimo e tutto piano. La VULVA: il luogo onde tutti noi venimmo al mondo, sendo egli il nido del piacere, e bello quantunque si voglia, (…) sarà picciolo e poco fesso, ma sì lascivo, giocondo ed amoroso che oltre misura venga a piacere ai riguardanti, (…) che ci tira e alletta a vagheggiare solamente lui, e solamente lui avere in bocca, e di lui solamente parlare. Vò che si giudichi e creda che ognuno ivi la grazia essere nata, ivi cresciuta ed allevata, e ivi felicissimamente starsi e  godersi. Le PARTI DERETANE né ampie né picciole han da piacere, ma partecipanti tanto dell’uno quanto dell’altro,(…) cioè le NATICHE ben sospinte in fuori, così giudicando non poca parte di bellezza ad un donna aggiungersi. Le COSCE debbono essere morbidette, lascive, tremanti e piene di tutto quel bello che in somma e perfetta bellezza le ponno ridurre. Le GAMBE denno trovarsi in quella guisa formate in questa donna,(…) rotonde in lungo e non altramente. (…) Se così vi si vedranno, appariranno anzi molli, delicate e succose che no, e conseguentemente belle e riguardevoli. I PIEDI (…) brevi asciutti e rotondetti.

Il tutto supportato da  versi et altro di: Agostino, Orazio, Virgilio, Ovidio, Properzio, Tibullo, Apuleio, Petrarca (il più citato), Boccaccio, Bembo, Ariosto, Sannazzaro, Ercole Strozza.
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Federigo Luigini ( o Luisini)  è nato (la data è ignota) da Bartolomeo della nobile famiglia de’ Lovisini o Luvisini, creato conte palatino lateranense dall’imperatore Federico III con diploma datato lunedì 2 gennaio 1469, e da Paola Manini, sorella di Francesco Manini canonico e uomo dotto di Cividale del Friuli. Ha avuto per fratelli Francesco, Bernardo e Riccardo, anche loro letterati. Altro suo libro ha per titolo “Liber proverbiorum”. E’ ignota la sua data di morte. Gian Giuseppe Liuti lo annovera come autore di letteratura “femminile e galante”, poesie in lingua italiana, un sonetto in lingua friulana, e della versione italiana di un’operetta spirituale di Erasmo, in ”Notizie della vita ed opere scritte da letterati del Friuli (Modesto Fenzo Ed., Venezia 17672).

DI UN LIBRO INTITOLATO “BALTICA 9”: BIRRA SUPER E LIBRO COMICO

Potrebbe accadere a chiunque (poiché è già accaduto) di apprendere che, alle ore 21,30 di un giorno feriale qualsiasi, sarà presentato, nello spazio apposito della libreria alternativa Modo Infoshop a Bologna, un libro di Daniele Benati e Paolo Nori intitolato “Baltica 9” edito da Laterza: presenti gli autori (ovviamente!). Un libro scritto cinque anni prima della sua pubblicazione, guida ai misteri di un Oriente che cinque anni dopo risulta meno misterioso e più globalizzato.
Potrebbe accadere a chiunque (poiché è già accaduto) di recarsi in tale libreria alternativa perché intrigati dal titolo del libro, più che dalla notorietà dei suoi autori, in tempo utile per acquistarlo e leggere le prime dieci pagine di seguito, continuando a leggerlo qua e là prima della sua presentazione.
Potrebbe accadere a chiunque (poichè è già accaduto) di apprendere dai due autori che il libro non sarà presentato, ma letto qua e là senza alcuna informazione preliminare relativa all’esercizio scrittòrio compiuto.
Potrebbe accadere a chiunque (poichè è già accaduto) di proporre inutilmente ai due autori/autopresentatori di anticipare al pubblico dei presenti  (si e no 20!) qualche informazione relativa al concepimento del libro e alla sua redazione in duo.
Potrebbe accadere a chiunque (poiché è già accaduto) di disapprovare (disapprovati!) due scrittori che leggono ciò che hanno scritto autocompiacendosi e ridendosi vis a vis: protagonisti inconsapevoli di una comica e applauditi da un uditorio indulgente e amicale. Dopo aver appreso che la balticità titolata riguarda una certa birra bevuta e bevibile nei Paesi Baltici: non bevuta prima della lettura, però, dal duo protagonista del “reading” e dai  presenti plaudenti.
Potrebbe accadere a chiunque (poichè è già accaduto) di giudicare tale libro un insieme di testi televisionabili dai comici di Zelig, scritti da due autori emiliani nati molti anni dopo Georges Perec e Giani Celati, nati molti anni dopo Italo Calvino, nato molti anni dopo Raymond Queneau, nato molti anni dopo Alfred Jarry, nato molti anni dopo Clarles Cros e Isidore Ducasse comte de Lautréamont: ragion per cui non hanno potuto far parte del Collège de Pataphysique, né eseguire alcun esercizio scrittòrio per la Bibliothèque Oulipienne.
Potrebbe accadere a chiunque (poichè è già accaduto) di essere palesemente considerato imbecille da uno dei due autori di “Baltica 9” (il Paolo Nori) per aver manifestato  la propria refrattarietà alla comicità della loro scrittura.
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Daniele Benati è nato a Reggio Emilia, ma la maggior parte del tempo la passa a Budapest, dopo aver insegnato in alcune università straniere. Recentemente si è data visibilità libresca con l’eteronimo Learco Pignagnoli.
Paolo Nori, ex ragioniere con laurea in lingua e letteratura russa,  è nato nel 1963 a Parma ma vive a Bologna. Recentemente ha aperto una partita IVA per fatturare redditi diversi da quelli derivanti dalla vendita di libri del genere ”Baltica 9”.
Entrambi hanno tradotto testi d’autori stranieri noti e sono impegnati nella redazione del settemestrale “L’accalappiacani”.

DI “BALTICA 9”:  LIBRO INGANNEVOLE

“Guida ai misteri dell’oriente” è il sottotitolo ingannevole di un libro edito da Laterza che ha per titolo altrettanto ingannevole “Baltica 9”: nominazione di una birra super, anziché di una superstrada, oppure di una macroregione, oppure del nono fascicolo di una rivista culturale accalappialettori balticofili. Gli autori del libro  (Daniele Benati e Paolo Nori, nati entrambi in territorio emiliano), però,  non lo hanno detto subito ai loro afficionados convenuti nel microspazio del Modo Infoshop a Bologna, prima di esibirsi come lettori sperimentali e dilettevoli di ciò che hanno scritto cinque anni prima della data di pubblicazione: sperimentando la coniugazione dei verbi al futuro per propiziarsi attenzioni esegetiche indulgenti, anziché al passato che li avrebbe connotati viaggiatori datati su percorsi contrassegnati da una segnaletica sostituita nel frattempo perché divenuta obsoleta cinque anni dopo.
“Guida con istruzioni per l’uso” (parafrasando Perec) sottotitolerebbe convenientemente il libro intitolato “Baltica 9”, consentendo supposizioni relative a libri intitolati “Baltica 1-2-3-4-5-6-7-8) e da intitolare “Baltica 10-11-12…”. Scritti da altri autori principiando ogni paragrafo con “Mi ricordo…” ( ancora come Perec). Oppure scrivendo: ho seguito, ho trovato, sono entrato, sono uscito, mi sono accorto, anziché seguirete, troverete, entrerete, uscirete, vi accorgerete…et similia semantizzando.  Non potendo far seguire ad altri chi non li precede, non potendo far entrare altri in, nè uscire da… dove è stato possibile entrare e uscire cinque anni prima, non potendo far trovare ad altri ciò che e chi non c’è più ( comprese le doganiere, più o meno fascinose, che nel frattempo hanno imparato ad affaccendarsi in tutt’altre faccende, per es.).
Il libro intitolato “Baltica 9” sia preso in considerazione, perciò, soltanto come esercizio scrittòrio compiuto dal duo Benati & Nori, con tic verbali godibilissimi in forma recitata più che letta silenziosamente in solitudine, per dare consistenza libresca ai fogli sparsi di un taccuino di viaggio d’antan, similari ai post di un blog.
Rinunciando a seguire il modo di scrivere dei due autori come successione sintattica, per seguirla come si segue al cinema il passaggio di sequenze, considerandolo insieme di echi in successione di una lingua di pure carenze. Così che nel ruolo di lettori ci sia più agevole seguirlo considerandolo scrittura costituita da frasi che seguono la curva del parlato: dove il duo Benati & Nori tracima causa una specie connaturata di  ecolalia incontinente para-affabulatoria e simil-cabarettistica.

I SOGNI EROTICI DI SOPHIE E DI… DAVID RUSSELL

Due giovani in calore (Sophie e Simon) impegnati a trascorrere la propria stagione d’amore accoppiandosi, nella realtà e nel sogno, in ogni modo, in ogni luogo, non disdegnando l’ammucchiata.
La sorella minorenne della protagonista (Bella) che si libera molto presto della propria verginità con un quasi coetaneo (John) per “farsi” poi giovani e adulti in ogni occasione, non disdegnando i piaceri perversi e promiscui.
I loro giochi erotici con personaggi vari, in sogno, anche extraterrestri, dalla copula facile, immediata e ripetuta.
Il vissuto di ognuno mai all’altezza del sognato che, quando possono, tutti organizzano nella realtà e lo realizzano con partners occasionali (Sandra,Lucie,Milie, Nicol, Robert, Martin).
Tutto ciò è nel libro “I sogni di Sophie” di David Russell (Montjoy Editions) edito in 300 esemplari numerati, tradotto in italiano da Maria Grazia Zatti.
Il linguaggio è piano, semplice, alieno da sperimentalismi sia formali sia linguistici. I tempi narrativi risultano ritmati come nei classici racconti erotici del ’700.
Il libro è  rilegato, riccamente illustrato con 26 disegni dell’Autore, più 7 capilettera, 108 pagine. (in “Nucleo Arte”, gennaio/febbraio 1983)

Written by rossiroiss

novembre 1st, 2011 at 7:53 pm

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